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Quelli che non volano

Il treno scorreva a ritmo costante nella pianura alberata, che si stava trasformando in lieve collina con una dolcezza tale che nessuno dei passeggeri se ne era reso conto.
Ognuno guardando dal finestrino vedeva a lato un magnifico paesaggio con alberi di montagna, e davanti a sé vedeva il colle che conduceva lievemente verso il cielo e verso un monte che appena si distingueva in lontananza.
Una ragazza dallo sguardo vispo e con solo uno zainetto stretto tra le mani guardava il cielo limpido provando un’attrazione irresistibile per quella distesa azzurra, e non sapendosi spiegare il perché di quel desiderio e non sapendo distrarre in altro modo l’attenzione da esso, di tanto in tanto cercava di concentrarsi sugli altri passeggeri, che guardava uno a uno con curiosità.
- Dove andate voi? – si decise a chiedere, superando la timidezza, a quelle persone con cui condivideva almeno una giornata di viaggio silenzioso.
Troppo tempo era passato senza che nessuno rivolgesse la parola all’altro lì dentro.
Una donna grassoccia, con viso simpatico e nessun bagaglio, a quella domanda sgranò gli occhi spaesata.
- Non lo so, io… - disse fissando il vuoto, come se stesse cercando di raccogliere i pensieri – In realtà non ho una meta precisa, voglio solo evadere dalla vita quotidiana e fare una bella gita rilassante.
Mentre parlava, guardando il paesaggio montano per rilassarsi, sembrava convincersi sempre di più di quello che diceva.
- Si, io ero troppo stressata. Ho voglia di sentirmi libera – concluse.
- La libertà. Bella cosa, ma ha il suo prezzo – commentò a voce bassa un uomo scarno che si celava dietro un grosso cappello d’altri tempi e un cappotto dal collo alto. Guardando le pesanti valigie che si teneva strette con tenerezza aggiunse: – Io non so dove vado, ma so da dove vengo.
Tutti soppesarono le sue parole, con un certo disagio, ma poi ognuno fece la propria presentazione dicendo dove andava. Venne fuori che tutti volevano andare a volare.
- Io credo che ci sarà un corso di deltaplano lì – concordavano tutti – Io ci vado solo per questo, pensi un po’.
- Non mi ricordo bene ma credo di essere partito anch’io per il deltaplano – confermavano gli altri – Poi mi ha distratto la bellezza del paesaggio e lo avevo scordato, ma è soprattutto per volare che ho scelto questa mèta.
- Non l’avete scelta voi, è lei che vi ha scelti – li interruppe il capotreno. Prima che se ne rendessero conto, erano arrivati al termine della lunga collina e il treno si era fermato.
Scesero tutti fuori, in una verde radura sulla sommità della collina, che da un lato si affacciava a strapiombo sul cielo.
- Avanti, tutti fuori – invitò il capotreno, che era venuto anche in quel vagone.
Alcuni non se lo fecero ripetere due volte, e scattarono via prima ancora che lui avesse finito di parlare. Molti dimenticarono qualche bagaglio lì su quelle poltrone.
L’uomo col grande cappello uscì fuori per ultimo, trascinandosi dietro le sue grosse valigie.
- Deve tenerci cose molto importanti lì dentro – commentò il capotreno, e l’uomo annuì.
- Non sono esattamente cose di valore, niente ricchezze – spiegò – Ma ci sono tutti i miei ricordi, quelli della mia famiglia, della mia casa e di tutto ciò che mi è caro.
Il capotreno fece un sorriso saccente.
- Non molti se le portano dietro fino a questo punto, ma prima o poi ci si deve liberare di questi fardelli: non penserà di poter volare con tutta quella roba tra i piedi.
L’uomo si fermò a riposare, guardando gli altri che impazienti chiedevano dove fossero i deltaplani e gli istruttori.
- Sono tutt’altro che fardelli. E comunque io non volo – tagliò corto.
Il capotreno alzò le mani con espressione ironicamente rassegnata, e si avvicinò agli altri per dire loro con fare sbrigativo:
- Non c’è nessun deltaplano, chi è che ha tirato fuori questa sciocchezza?
La signora grassoccia arrossì, ricordando che era stata lei a dire così per prima, e si chiese come mai le fosse venuto in mente.
- Ha ragione, non serve, è fantastico! – esclamò la ragazza dallo sguardo curioso, mentre si librava in aria senza capire come e gioiva della stupefacente scoperta – Provateci anche voi, basta solo volerlo!
Tutti la guardarono ammirati, e facendosi contagiare dalla sua gioia presero a fluttuare nel cielo senza che nessuno li avesse sollevati.
Quei pochi che avevano ancora dei bagagli con sé li lasciarono cadere a terra, perché erano appesantiti nel volo.
- Ma come fanno? – domandò l’uomo col cappello, che restava lì ancorato al terreno, e il capotreno gli sorrise.
Prima che potesse rispondere, qualcuno gli corse incontro allarmato.
- Io non riesco ad alzarmi per più di mezzo metro e poi ricado indietro, perché gli altri stanno volando così alto? – vennero a chiedere. Sembravano molto impazienti di volare.
Il capotreno sbuffò, indicando quelli che erano ormai lontani e stavano raggiungendo in volo la montagna, diventando dei puntini lontani.
- Non vedete che quelli non hanno più neanche i vestiti? – disse – Bisogna liberarsi di tutto, se si vuole essere così leggeri da volare lontano.
A queste parole, alcuni si spogliarono immediatamente di tutto senza pensarci un attimo, ma qualcuno invece si ribellò.
- I miei vestiti rappresentano tutto ciò che sono – disse una ragazza dagli abiti dark con molte spille addosso – O almeno, tutto quello che ricordo di essere. Ci sono già tante cose che non ricordo più, deve essere quest’aria di montagna… Se scordo anche chi sono, che rimarrà di me?
- Rimarrà la libertà – rispose il capotreno, come se stesse dicendo un’ovvietà – Mi dispiace, ma come potete vedere bisogna essere molto leggeri per poter volare. Nessuno vi obbliga, dopotutto.
La gente rimasta era un po’ titubante, ma alla fine tutti accettarono di rinunciare anche ai vestiti, pur di avere in cambio quella parola: “libertà”.
Nessuno sembrava fare caso al fatto che il peso in realtà non pareva centrare molto: anche gente molto grassa, appena tolti i vestiti che nel peso complessivo contavano poco, riusciva a lievitare come una foglia sospinta dal vento.
- Io ho tolto tutto, che devo fare ancora, strapparmi via la pelle?! – chiese un ragazzo con una grosso tatuaggio che rappresentava due grandi ali sulla schiena.
Senza parlare, il capotreno gli tirò via quel tatuaggio: come lo prese, venne via come se fosse un adesivo.
Il ragazzo fece per protestare, ma il capotreno lo zittì dicendogli:
- A che ti servono più delle ali d’inchiostro, quando puoi averne di vere?
- Ma ho fatto spendere tutti quei soldi a mio padre per averlo! – disse il ragazzo prima che glielo avesse staccato del tutto.
Il capotreno finì di asportare l’immagine dalla sua schiena e poi gli chiese:
- Tuo padre? E chi sarebbe?
Il ragazzo aggrottò la fronte come se stesse riflettendo intensamente, si rese conto di non essere in grado di rispondere a quella domanda, e rinunciando del tutto a rispondere prese il volo, per non tornare mai più.
- Eh no, io voglio volare, ma questa la porto con me – disse un uomo che era ancora rimasto lì a frugare dentro le tasche dei pantaloni che si era già tolto, e traendone fuori una piccola foto che ritraeva una bambina di pochi anni – Il ricordo della mia piccola lo voglio conservare per sempre.
Il capotreno scrollò le spalle.
- Non credo che riuscirai a volare molto con quella in mano, ma la scelta è tua: quando non riuscirai a salire più in alto verso la montagna potrai decidere se buttare la foto della tua piccola o se tornare indietro e aspettare il prossimo treno per farti portare dove sto per andare.
L’uomo era già lontano, così il capotreno si voltò e tornò verso il treno.
- E io che faccio? – gli chiese l’uomo col cappello, che non si era mosso di lì.
Il capotreno si era quasi scordato di lui. Si fermò tra le porte del treno, e lo fissò.
- Non vuoi provarci anche tu, a fare un volo? Non ti viene neanche un po’ di voglia? – chiese, ma l’uomo col grande cappello restò impassibile.
Continuò a stringere le sue valigie come se fossero un tesoro prezioso, e disse risoluto:
- Queste non le lascio.
Il capotreno gli fece cenno con la mano di tornare nel treno con lui.
- Vieni, ti porto più in là, alla stazione di quelli che non volano.
L’uomo lo seguì. Si sedette in un vagone vuoto.
Ormai tutti i vagoni erano vuoti: gli altri passeggeri erano andati tutti via in volo.
Il treno andò dritto verso lo strapiombo in cui terminava la collina a nord, e l’uomo si preoccupò un po’ quando vide che stavano andando a una certa velocità incontro al cielo privo di ostacoli. Pensò di scappare, ma dove poteva andare? E poi, per farlo avrebbe dovuto lasciare quelle valigie che tanto lo appesantivano.
Invece, le continuò a stringere a sé, sperando che il capostazione sapesse quello che faceva.
Con suo stupore, il treno si librò verso il cielo, anzi per la precisione il treno diventò il cielo: l’uomo non vedeva più il vagone e le poltrone, era seduto su di una massa invisibile e inconsistente e vedeva solo il capostazione davanti a sé che guidava, e poi nient’altro che azzurro.
Andarono su, oltre la radura e oltre la montagna, sempre più in alto fino a raggiungere quella che sembrava un’isola variopinta.
Il treno ricomparve senza che lui se ne accorgesse nemmeno, e si fermò a una stazione non troppo affollata, a cui c’erano poche persone ad attendere.
Tra queste riconobbe dei volti che gli erano familiari. Erano più giovani di come li ricordava, e stravolti da espressioni commosse.
Ci mise un po’ a rendersi conto che aveva davanti i suoi genitori, i suoi nonni e suo fratello maggiore, ma quando realizzò che erano davvero loro la sua felicità fu immensa. Il suo viso fu solcato da un sorriso che da tempo immemore non ricompariva, e mentre scendeva di corsa coi suoi bagagli ad abbracciare i suoi cari, pensò che quello che stava provando ora era molto meglio di poter volare.