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La bambola di porcellana

Quando ripenso che intrapresi quel viaggio per puro caso, mi sembra ancor più di star vivendo solo uno strano sogno.
Tutto iniziò con la mia amica Sara, che aveva prenotato un viaggio a Istanbul insieme alla sorella, e che teneva molto a poter fare questa esperienza.
Sua sorella si ammalò proprio in quel periodo di una forte febbre, così che non potè andare, e la compagnia non si mostrò disponibile a rimborsare il biglietto né a dargliene un altro per una nuova data in sostituzione del primo.
Così, Sara iniziò una campagna estenuante per convincere qualcuna delle sue amiche a venire in viaggio con lei al posto della sorella, e io ero l’unica disoccupata in quel momento, tra l’altro da poco.
- Andiamo Gaia, come si fa a dire di no a un viaggio già pagato? – mi chiese, e in effetti non trovai motivi per negare. Ero perfettamente libera ed avevo bisogno di staccarmi per un po’ dalla realtà quotidiana fatta di bassi stipendi e datori di lavoro capricciosi e facili all’ira, da cui ero fuggita con grande stress.
Partimmo di mattina molto presto, era tanto tempo che non vedevo il sole sorgere.
Arrivammo in un mondo fatto di magia e turchese, dove restammo incantate dalla vastità e varietà di monumenti grandiosi e variopinti, nonché di mercatini e prodotti che riuscimmo a trovare.
Non credevo potessero esistere intere strade, interi quartieri dedicati solo al commercio dei venditori ambulanti.
Feci appello a tutto il mio autocontrollo per non comprare ogni affascinante cianfrusaglia che vedevo, e devo dire che riuscii bene nell’intento: comprai solo piccole cose da riportare a parenti e amici come souvenir.
Quel posto mi aveva molto colpito, ma non c’era niente che mi rendesse così entusiasta da farmi desiderare di riportare a casa proprio quell’oggetto. Forse i miei occhi erano rimasti abbagliati da tutta quell’abbondanza e ora mi sembrava riduttivo prendere una qualunque cosa e riportare come ricordo da tenere di quell’esperienza soltanto quella, o forse semplicemente non ero abbastanza disponibile a sognare. Fatto sta che la sera in cui dovevamo ripartire non avevo ancora trovato qualcosa che valesse la pena di riportare per tenerla sulla mensola del soggiorno, quell’oggetto che ognuno mette in esposizione per parlare a chiunque glielo chieda del suo magnifico viaggio io non l’avevo trovato, e la vacanza era trascorsa più in fretta di quanto mi aspettassi.
Non c’era comunque da disperare: c’erano venditori ambulanti con grandi tende anche appena fuori dall’aeroporto.
La maggior parte degli italiani in comitiva che dovevano ripartire con noi si dirigeva verso una grande tenda dai colori caldi di gitani che sembravano saper parlare con dimestichezza qualunque lingua in cui i turisti si rivolgessero loro.
Avevano cose intriganti e particolari che non avevo visto altrove, molte delle quali misteriose: bisognava chiedere a loro per sapere a cosa servisse il grazioso e arcano oggetto che ci si trovava a guardare incantati.
Sentii, da conversazioni iniziate con altri, che avevano prezzi di partenza piuttosto bassi e che venivano anche incontro a chi cercava di contrattare, così decisi che lì avrei preso il mio ricordo di Istanbul, anche se sembrava che loro non fossero di lì.
- Tra poco ripartiamo anche noi, ma non sappiamo nemmeno noi per dove! – stava confessando una di loro a un turista curioso – Giriamo sempre il mondo per vendere a tutti le nostre creazioni, ogni posto ci ispira oggetti nuovi da costruire.
Avrei voluto chiedere loro qualcosa in più, ma il tempo stringeva e tra qualche minuto ci avrebbero chiamato per andarci a sedere sull’aereo.
Mi diressi con Sara in un angolo più in ombra della tenda, dove c’erano gioielli e soprammobili carini, pensando che mentre lei si sceglieva una collana avrei potuto trovare un vaso o un fermacarte, oppure anche una statuina…
- Guarda! – mi disse Sara stringendomi un braccio, senza smettere di fissare con espressione stupita ciò che voleva che guardassi.
Quando diressi anch’io lo sguardo in quella direzione, trasalii: era un angolo in cui erano esposte delle bambole di porcellana, e una di queste… era uguale a me!
I suoi tratti del viso erano identici ai miei, sottili e un po’ severi. I capelli erano neri e lisci come i miei, esattamente della stessa lunghezza, e anche gli occhi, azzurri e frastagliati di blu scuro: tutto identico a me. E come se non bastasse, aveva addosso non una gonnellina di quelle che normalmente hanno queste bambole, ma un elegante vestito da sera, esattamente il mio preferito con cui andavo a ballare ogni volta che potevo.
Le amiche mi prendevano spesso in giro perché sceglievo sempre quello da anni, io dicevo che quando dovevo ballare avevo bisogno di portare qualcosa che mi facesse sentire scintillante come una fata e libera come una farfalla trascinata dal vento, e che quel vestito era l’unico a farmi sentire esattamente così.
- Come fate ad avere quella bambola?! – chiesi a un giovane gitano piuttosto lontano da noi, che richiamato dalla mia voce venne a vedere.
Si accorse subito anche lui dell’evidente somiglianza, e sorrise.
- Un caso davvero strano, forse questa bambola ti ha scelto – mi disse. – Ha voluto che la facessimo così per attirare la tua attenzione ed essere comprata proprio da te.
Io ritrovai il mio buonsenso e ridacchiai.
- O forse vuol dire che siete dei furbetti – dissi – Mi avete visto quando sono scesa dall’aeroporto e avete fatto questa bambola uguale a me, così incuriosita da questa trovata l’avrei comprata.
Ma c’era l’incognita del vestito: come facevano a sapere di quel particolare? Che fosse una candid camera organizzata con la complicità di Sara?
Lei sembrava piuttosto stupita, se era partecipe dello scherzo doveva essere una brava attrice. E sapevo che non lo era.
- Noi siamo venuti qui da due giorni, da quanto tu sei qui? – mi chiese il ragazzo per discolparsi – Avresti visto la nostra tenda se fossi sbarcata dopo il nostro arrivo.
Questo era vero, quella tenda non poteva passare inosservata con tanta facilità, e se l’avessero montata solo per spiare gente a cui fare foto di nascosto per poi fare delle foto da usare come modelli per fare delle bambole sperando che al momento di ripartire le avrebbero riviste era davvero strano, oltre che controproducente.
- Scommetto che ora vorrai una somma enorme per darmi quella bambola – dissi con aria di sfida, pensando che se erano disposti a fare questo genere di cose dovevano almeno sperare di poter guadagnare molto da quell’affare, dato che la clientela di certo non gli mancava e avrebbero potuto dedicare il loro tempo a ben altri commerci.
Ma il ragazzo non lanciò cifre assurde. Per 70 lire l’avrei avuta, e forse provando a contrattare avrei perso anche meno.
Sara mi guardò.
- Non puoi non portarti a casa una bambola uguale a te trovata per caso a Istanbul in una tenda di venditori che girano il mondo! – disse piena di aspettativa – Se vuoi sarà il mio regalo per te. Se non fossi venuta con me ti avrei riportato un souvenir, ora te lo regalo per ringraziarti di essere venuta.
Cominciava proprio a prendere corpo l’ipotesi dello scherzo.
Mi avvicinai alla bambola e la guardai da vicino.
- Posso prenderla? – chiesi al ragazzo, e lui annuì sereno.
La guardai con diffidenza e la sollevai. Era molto grande, e dovevo reggerla con tutte e due le mani.
Sollevai il vestito senza che nessun altro mi vedesse. Ho un orrendo neo in una parte nascosta del corpo che mi metteva in grande imbarazzo, e di cui facevo in modo che nessuno conoscesse l’esistenza, neppure Sara poteva saperlo.
Un brivido mi percorse la schiena quando vidi che vicino all’inguine anche la bambola aveva un rigonfiamento marrone. Poteva sembrare una chiazza sporca capitata lì per sbaglio, ma invece era attaccata a quella porcellana bianca e perfetta, e io sapevo che non era un caso.
- Ma come avete fatto a… - iniziai a chiedere rivolta al ragazzo, poi decisi di non proseguire, gli consegnai per un attimo la bambola per trarre il portafogli dalla tasca, per prendere i soldi, arresa all’idea che la bambola uguale a me sarebbe venuta con me.
Sara insistette per pagare lei, e accettai pensando che se era uno scherzo stando al gioco prima o poi sarebbe venuto fuori.
Ma invece lasciammo quella tenda, feci mettere tra i bagagli quella grossa bambola pregando il ragazzo dei bagagli di essere delicato e non farla rompere, e una volta sull’aereo iniziammo il viaggio di ritorno.
Dormii in aereo perché mi sentivo stanca, e quando arrivammo a Roma pernottammo in un hotel per poi ripartire verso casa l’indomani, e anche lì dormii come un sasso.
Sara era invece un po’ insonne. Appena entrate in albergo, prese la mia bambola per controllare che non si fosse rotta, e rimase a parlare di quanto fosse strano quel fatto, mentre la osservava.
Io mi sentii come uno strano formicolio al piede per un po’, così per breve tempo mi voltai a parlare con lei, e vidi che aveva tolto una scarpa alla mia bambola.
- Guarda quanto è strana la pianta del suo piede! L’hanno dipinta e fatta con un materiale più morbido. Sembra pelle vera in questo punto – mi disse, invitandomi a toccare.
Constatai che era vero, ma ero già rimasta così stupita dalla semplice somiglianza tra me e quell’oggetto che ora avevo solo bisogno di riposo, così tagliai corto e spensi la luce per dormire.
Fu un lungo sonno che durò fino alle 12 della mattina dopo.
Sara era uscita quando mi svegliai, perché non era più lì.
Mi alzai per vestirmi, ma per poco non caddi e sentii che un piede era del tutto addormentato.
Dovevo aver dormito in una posizione scomoda che mi aveva bloccato la circolazione, senza rendermene conto.
Mi vestii al buio senza neanche vedere bene cosa indossavo, e restai al buio fino a che non venne Sara, che era stata a far spese, ad accendere la luce.
- Se un viaggio di pochi giorni ti mette k. o. in questo modo come farai quando dovrai rimetterti a lavorare? – rise.
Risi anch’io.
- Ripartiamo per casa? – chiesi, alzandomi e cercando di arrancare con la gamba che ancora mi funzionava dato che l’altra, stranamente, ancora non si voleva risvegliare.
Mi massaggiai il piede e lo sentii freddissimo da sotto il calzino. Decisi di non farci caso, sono una che non bada alle cose finché non è strettamente necessario.
Partimmo verso casa, e mi vergogno a raccontarlo, ma ci mettemmo più tempo ad arrivare da Roma al nostro paese in treno che da Istanbul a Roma in aereo.
In tutto quel tempo, avendo ritrovato finalmente le forze, mi dimenticai del fatto che la gamba continuava a essere strana e risi con Sara ripensando ai momenti divertenti del nostro viaggio appena trascorso.
Mi trascinai a casa appena tornata, era già di nuovo sera.
Misi tutti i bagagli fuori dalla borsa, zoppicando un poco portai in lavatrice i vestiti da lavare e posai da parte i regali che avevo comprato e che avrei dovuto dare alle persone per cui li avevo presi.
Fu quando finalmente decisi di andare a svestirmi per fare una doccia che mi resi conto di una cosa inquietante: una delle mie gambe, quella che era rimasta addormentata per mezza giornata, non era come era sempre stata.
Era diventata bianchissima e gelida, e non si muoveva più per niente. Sembrava… porcellana!
Mi dovetti appoggiare al lavandino per non cadere, dato che ora anche l’altra gamba aveva preso a tremare, per la gran paura che mi era venuta.
Che mi stava succedendo?
Mi rinfrescai il viso con un po’ di acqua fresca, mi lavai comunque e poi mi misi sul letto.
Ricordai della bambola, che avevo lasciato in una borsa sul pavimento della mia camera senza più guardarla dal giorno prima.
Aprii la grossa borsa e la tirai fuori.
Mentre tiravo la gamba destra, mi accorsi che era più morbida, e nello stesso tempo mi sembrò che mi stesse tornando la sensibilità a quella gamba, o almeno avevo come l’impressione che qualcuno mi stesse toccando quella gamba con forza, tirandomi verso il basso, tanto che mi venne istintivo cercare di spostarmi.
Eppure nessuno mi stava toccando.
Toccai ancora la bambola divenuta molle sulla gamba, e capii che quello che sentivo, che credevo di sentire su di me, era il tocco della mia mano sulla sua gamba. Le tolsi il lungo calzino che portava, e scoprii che ora la pelle in quel punto era vera pelle, come il giorno prima avevo constatato solo sul piede.
- Che mostruosità è questa?! – esclamai, rendendomi subito conto che dovevo stare impazzendo per mettermi a parlare da sola.
Mi trascinai verso l’armadio con quella pesante bambola in braccio, lo aprii e la posai lì dentro.
Guardai l’interno solo per un attimo, per accorgermi di un altro particolare inquietante: il mio vestito preferito, che era sempre al centro dell’armadio pronto per essere preso e indossato, era sparito.
Guardai la bambola negli occhi, lei mi riguardò di rimando coi suoi occhi inespressivi.
Rabbrividendo, la posai dentro l’armadio e chiusi le ante. A chiave.
Avrei voluto fare qualcosa, ma ero troppo shockata e soprattutto ero di nuovo presa da una stanchezza indomabile.
Riuscii appena a zoppicare fino al letto e mi addormentai lì, senza neanche aver spento la luce.

Quando il mattino dopo mi risvegliai, doveva essere già molto tardi, il sole entrava dalla finestra con luce abbagliante.
Provai ad alzarmi, ma questa volta nessuna delle mie gambe mi obbedì.
Ero un pezzo di marmo dalla cintola in giù.
Anzi, altro che marmo: ancora porcellana! Mi toccai le gambe, e sentii che ora tutte e due erano di quel materiale che iniziavo a odiare.
Con mani tremanti annaspai per trovare il cellulare sul comodino. Per fortuna che il giorno prima lo avevo lasciato lì.
Composi il numero di Sara a stento.
- Gaia! Ti sei ripresa dal viaggetto? – mi rispose la sua voce allegra.
- Sara.. se.. senti – balbettai con totale serietà – Ti ricordi della sedia a rotelle che tua sorella ha usato quando si era fatta male alla schiena? L’hai ancora a casa, vero?
- Gaia, ma che ti succede?! Così mi spaventi!

Fu ancora più spaventata quando mi vide aprire la porta da buttata a terra, tirandomi su con un braccio e tirando la maniglia con l’altro. Ero arrivata fin lì strisciando con la sola forza delle braccia.
Le gambe erano scoperte dato che indossavo solo una gonna, così vedendole potè capire subito perché mi ero fatta strada a quel modo.
- Ma che diamine… - riuscì a dire soltanto, toccando la ceramica di cui ora metà del mio corpo era composta.
Poi si riebbe, e con una forza che non avrei creduto avesse mi tirò su per mettermi seduta sulla sedia a rotelle che aveva portato, e mi caricò sulla sua auto, per fortuna abbastanza grande. L’avevano comprata ai tempi in cui sua sorella stava male apposta per questo.
Mi portò al pronto soccorso, dove dopo ore di attesa un medico incompetente disse ciò che era ovvio: non aveva mai visto niente di simile, e non sapeva cosa fare.
Il genio mi iniziò a colpire con un martelletto le gambe, finché una non mostrò una piccola spaccatura, e allora lo fermai.
- Dobbiamo fare qualcosa – disse Sara allarmata, scoprendomi l’addome e notando che fino all’inguine avevo ancora pelle normale – Ricordi a che punto era quando ti sei svegliata?
Sotto lo sguardo straniato del medico di primo soccorso, risposi:
- Era esattamente come ora, credo che succeda a scatti, non gradualmente.
Sara prese una penna dalla mano del dottore, e mi fece un segno nel punto in cui iniziava la parte di ceramica.
- Quando cambierà la prossima volta ce ne accorgeremo con certezza – affermò.
Il medico voleva ricoverarmi, ma insistetti per firmare e andarmene. Fui trattenuta comunque per del tempo, troppo tempo, per dimostrare che il mio male non era di natura virale, e nell’attesa mi colse di nuovo un forte sonno a cui cedetti per circa una mezzora.
Tornammo a casa, era di nuovo arrivata ben presto la notte, e io ero più stanca che mai.
- Grazie per avermi aiutata, ora è il caso di dormire e domani vedremo per il da farsi – dissi a Sara, senza sapere più neanche quello che dicevo. Volevo solo riposare, ne avevo un bisogno molto forte.
- Gaia, io credo che non ci sia tempo da perdere… - insistette lei, ma le chiesi di tornare a svegliarmi la mattina di domani, lasciandole anche una copia delle mie chiavi, dato che non ero certa di poter aprire di nuovo la porta da sola.
Andai di fretta con la sedia a rotelle guidata a mano verso la camera da letto, ma quando entrai lì vidi una cosa che mi traumatizzò ancora di più.
L’armadio era aperto, le ante erano rotte.
Ma non era stato qualcuno dall’esterno a farlo… era la bambola.
O meglio, dall’armadio spuntavano due gambe, umane e a grandezza naturale, che dovevano aver rotto il legno non entrando più in quello spazio angusto.
Mi avvicinai terrorizzata. Erano le mie gambe!
Sollevai il vestito, che ora era diventato anche quello un po’ più grande, quasi uguale a quello che avevo prima, e vidi che la pelle sostituiva ormai la ceramica dall’ombelico in giù, c’era anche un segno di penna vicino all’inguine, nella zona dove Sara lo aveva fatto.
Mi tastai la pancia, per scoprire che la ceramica era avanzata sul mio corpo in modo speculare, e che ora avevo anche la pancia gelida e marmorea.
- Come fai a fare questo?! – gridai alla bambola senza più alcun freno, e quella rimase immobile a fissare il vuoto.
- Non avrai il resto del mio corpo, maledetta! – strillai ancora, e presi a colpirla. Quando colpivo la pancia o le gambe sentivo dolore come se stessero colpendo me, ma le assestai un forte colpo al braccio sinistro, che distrusse la ceramica su di lei e fece sanguinare la mia mano destra.
Mi sentii confusa e disorientata. Cosa dovevo fare adesso? Distruggerla del tutto? O aspettare?
Sentivo il battito rapido di un cuore, e capii che non proveniva da me. Spostai la bambola, e dal buco del braccio rimasto vuoto vidi un cuore, un grande cuore umano battente, tenuto fermo da una stecca di legno che partiva dal petto della bambola e si allungava verso l’interno. Quel cuore era il suo o il mio?
Ero troppo stanca per pensare…
Ancora una volta sconfitta da un sonno anomalo ed esagerato, mi ritrovai a dormire senza più pensare a niente, sulla sedia a rotelle e con una mano piena di schegge e sangue.
Fui risvegliata dalla voce di Sara che urlava spaventata.
- Gaia! Svegliati, Gaia! – mi gridava – Cosa ti è successo e che significa questa bambola mostruosa?!
Mi sforzai di aprire gli occhi.
Lei mi scuoteva con forza e avrei voluto muovere le braccia per fermarla, ma mi resi conto che non potevo: un braccio era diventato di ceramica, l’altro semplicemente non c’era più!
Rivolsi lo sguardo alla bambola: ora le aveva lei, due braccia umane e della stessa grandezza di quelle che erano state, che erano le mie, ma le aveva lei…
La ferita alla mano si era ormai cicatrizzata, e del sangue rappreso la macchiava in modo appena visibile.
- Gaia, perché non mi hai detto che la bambola si stava trasformando in te? – mi chiese Sara in lacrime.
- Non riuscivo a crederci nemmeno io, temevo di stare impazzendo! – riuscii a dire, rimproverando me stessa per aver perso tempo in modo stupido. Solo ora mi rendevo conto di quanto fosse grave la situazione – Sembra che progredisca ogni volta che mi addormento, e non riesco più a controllare gli attacchi di sonno che mi vengono!
Tutte e due avevamo le lacrime agli occhi, e la domanda che entrambe ci stavamo ponendo restò sospesa nell’aria: cosa sarebbe successo quando avrebbe preso anche la mia testa?
- D’accordo, calmiamoci, devi restare assolutamente sveglia, e intanto dobbiamo muoverci – disse lei, ben sapendo che non fosse affatto facile, neanche se avessimo saputo come muoverci – Dobbiamo cercare di rintracciare quegli zingari che te l’hanno venduta.
- Questo è impossibile – la feci ragionare – Ricordi che hanno detto? Viaggiano in continuazione in ogni parte del mondo. Non li troveremo mai, di certo non in tempo.
Sara si sedette sul letto, sconfortata.
La vidi che guardava con stupore il mio braccio mancante, o forse qualcosa che vedeva da quella posizione dentro il mio corpo ormai di bambola, grazie a quel buco.
- Cosa c’è? – le chiesi.
Lei prese il cellulare, e fotografò ciò che vedeva all’interno di quel buco.
Me lo mostrò: all’interno del mio petto c’era adesso un cuore finto, tenuto in alto da una stecca, fatto di pezza.
- Come fai a essere ancora viva? – chiese.
- Il mio cuore è dentro di lei! – risposi, con disperazione, indicando con la testa il mostro che aveva ormai assunto quasi interamente le mie sembianze.
Sara guardò la bambola, si accostò con la testa al suo petto e sentì il battito del cuore.
- Ma cosa possiamo fare? Non c’è molto tempo… - riflettè, vedendo con orrore che io mi stavo di nuovo riassopendo, nonostante non ne avessi nessuna intenzione.
- Ascolta, devi distruggere il suo cuore – le dissi con poca voce. Da dove veniva la mia voce, se non avevo più nemmeno polmoni per emettere il fiato? Non potevo stare a pensarci. – Strappalo dal mio petto, brucialo, fa in modo che non ne rimanga niente.
Sara guardò di nuovo quel cuore di pezza dentro di me.
- Ma ora è diventato il tuo… hai paura che se lo distruggessi tu…
- Potrei morire? – le dissi sarcastica – Non mi rimane comunque molto tempo, lo hai detto anche tu, tanto vale tentare tutto.
Sara annuì.
- D’accordo – disse, e tirò fuori il suo accendino dalla tasca. Era tanto che non fumava, doveva essere risuccesso di recente per la tensione per quello che era successo a me.
Staccò quel pezzo di stoffa dal mio petto senza che io sentissi nulla, e poi lo mise sopra alla flebile fiamma.
Ma io non riuscii a vederlo bruciare, perché il sonno ebbe la meglio e chiusi di nuovo gli occhi, nonostante fosse la cosa che meno desiderassi al mondo.
Avrei voluto chiamare Sara per svegliarmi, ma lei era concentrata nel bruciare quel cuore, e io non potevo più nulla, le forze erano sempre più scarse.
Mi risvegliai non troppo tempo dopo, dato che ancora non aveva finito di ardere quel cuore di pezza, ma ora vedevo le cose da un’altra angolazione. Nel senso che ero dentro l’armadio, e vedevo la me stessa in versione bambola gigante sulla sedia a rotelle.
Avevo il mio vestito preferito addosso, e nonostante un po’ di indolenzimento ero di nuovo padrona del mio corpo.
- Sara! – chiamai. Che bello sentire ancora la mia voce, constatare di essere viva!
Lei mi guardò, guardò quella che per lei era ancora la bambola, e trasalì.
Getto il cuore ancora non del tutto arso di pezza e l’accendino e scattò indietro per non essere toccata da me.
- Non aver paura, sono davvero io – la rassicurai – Non so come sia successo tutto questo, ma ora sono di nuovo in me.
Sara guardò me e poi la bambola gigante sulla sedia a rotelle.
- Come faccio a essere sicura che non sei solo un essere coi ricordi di Gaia? – mi chiese, guardandomi con paura – A quanto pare ora hai anche il suo cervello, ma come puoi sapere di essere davvero lei?
Io la fissai intensamente, e mi resi conto che non potevo risponderle.
Ero Gaia, la ragazza che aveva vissuto un incubo e scopriva ora di essere ancora viva, o ero una bambola che aveva inconsapevolmente rubato i suoi ricordi e che nasceva quel giorno per la prima volta, senza saperlo?
Che senso poteva avere quello scambio di corpi, se non questo?
Non potei mai rispondere a Sara, e quell’interrogativo ancora mi tormenta.
La bambola, con un cuore bruciacchiato di nuovo nel suo petto, è ancora nascosta nel mio armadio. Ogni volta che la guardo, poi mi guardo allo specchio, e mi domando: chi sono delle due?