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Destini

Non mi resi mai conto della particolarità dei sogni che facevo fino a che non arrivai all’età di sette anni.
Prima di allora non mi ero mai domandato niente a riguardo, mi sembrava naturale sognare in quel modo, vedere il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona ogni volta che chiudevo i miei, veder scorrere le giornate di una vita che non era la mia.
All’inizio probabilmente non me ne accorsi neanche, dato che avevamo la stessa età e quindi ogni volta che mi addormentavo sognavo esattamente la vita di un bambino, del tutto simile alla mia sebbene con altre persone a vestirlo, nutrirlo e coccolarlo.
Nei sogni amavo quelle persone come se fossero stati loro i miei veri genitori, e vivevo emozioni profonde con loro, ma al risveglio tornava ad essere solo un sogno, e non ci pensavo più.
Le prime sensazioni di straniamento dovettero iniziare quando sia io che l’altro bambino iniziammo a differenziarci nel carattere in base al sesso, dato che l’altro, scoprii, era una bambina.
Io non ricordo questa fase, ma lo so perché i miei genitori mi raccontarono che verso i tre anni dicevo di voler vestire con abiti femminili che vedevo nei negozi di abbigliamento per l’infanzia in cui mi portavano.
Ricordavo di essere stato visto elogiato nel sogno per una gonnellina che mi stava così bene, e quando ne vedevo nella realtà una simile avrei voluto indossarla ancora per essere ancora lodato con altrettanta ammirazione.
La notte scoprivo che anche la bambina che sognavo di essere voleva comprare abiti maschili, di quelli che i miei genitori reali insistevano per comprare a me.
Ma a quel tempo ero troppo piccolo per comprendere, non potevo fare altro che essere disorientato e accettare ciò che mi dicevano i miei familiari: non contava cosa sognavo, nella realtà dovevo ricordare chi ero.
Imparai bene questa lezione, così i miei rinunciarono a portarmi da uno psicologo come avevano inizialmente pensato di fare.
Mi abituai a vivere ciò che sognavo come un momento del tutto separato dalla mia vera esistenza, tanto che mi venne dopo poco completamente naturale.
Solo quando un giorno, mentre tornavamo in auto dalla scuola che frequentavo allora -seconda elementare- mia madre mentre guidava raccontò di un incubo che aveva avuto e che l’aveva turbata.
Dopo averne discusso con mio padre, chiese anche a lui cosa avesse sognato, e dopo il suo racconto domandarono a me.
Risposi che nel sogno avevo fatto un compito a sorpresa per cui non avevo studiato e litigato con un’amica, ma poi avevo fatto pace.
Il modo in cui raccontavo le cose li sorprese un po’, dato che dalla storia si capiva che nel sogno ero una bambina e non un maschio, e che avevo fatto un’esposizione così articolata dell’intera giornata di lei.
Infatti, nel sogno ogni notte rivivevo l’intero suo giorno, che mi scorreva nella mente come se qualcuno avesse un registratore di cui qualcuno premeva il tasto per accelerare il tempo; però io vivevo tutto con la stessa intensità con cui l’avrei vissuto se fosse successo davvero, allo stesso ritmo.
Mi rendevo conto che in poche ore avevo ripercorso l’intera giornata della mia alter ego solo al risveglio, facendo un po’ di calcoli.
- Beh, un sogno davvero particolare – commentò mia madre quando ebbi finito il racconto – Ma dimmi, tu non fai mai incubi?
Sapevo cosa fossero gli incubi, ma non ne avevo mai avuto uno e mi sembrava strano che gli altri ne avessero.
Risposi che una volta avevo sognato di andare a vedere un film horror di nascosto dai miei genitori, perché era la cosa che più poteva avvicinarsi a un incubo, tra tutto quello che avevo sognato nella mia vita.
Facendo riferimento ai miei genitori del sogno, non dissi “di nascosto da voi” come sarebbe stato normale dire, ma dissi “di nascosto da papi e mami”.
Era così che la mia alter ego dei sogni chiamava i suoi genitori, mentre io non avevo mai appellato in quel modo i miei, che infatti rimasero molto stupiti.
Dopo quella mia frase sospetta, indagarono ancora, e così venne fuori che io ero l’unica persona al mondo a sognare sempre e solo di essere un’altra persona, che cresceva al suo stesso ritmo e che aveva una vita simile alla sua, ma diversa in alcuni tratti essenziali, come ad esempio che io ero un bambino e la mia alter ego una femmina.
Iniziarono a farmi domande a raffica, ricordarono di quando da piccolo mi comportavo in modo strano ritenendo di aver preso troppo sotto gamba il problema a quei tempi, e questa volta non scampai allo psicologo infantile, che prese il mio caso in seria considerazione, non avendo mai saputo di un fatto del genere.
Mi chiedeva di chiudere gli occhi e ripensare ai miei sogni per raccontarglieli nel dettaglio, voleva sapere ogni cosa della persona che sognavo di essere.
Io ci provavo, ma non riuscivo a dargli proprio tutte le indicazioni precise che voleva.
Sapevo benissimo che tipo fosse la bambina che sognavo di essere, sapevo che amava i suoi genitori e aveva un’amica del cuore simpaticissima, sapevo che sognava di diventare dottoressa e che ballava bene pur non avendo mai fatto danza, ma ogni informazione concreta mi era preclusa.
Non avevo idea, ad esempio, di come si chiamasse e dove vivesse, né di come fosse il suo viso.
Nel sogno forse lo sapevo, ma se provavo a rievocare quelle informazioni da sveglio era come se i miei ricordi le censurassero: non ricordavo per nulla quale nome pronunciasse la sua maestra quando faceva l’appello, né quale volto vedesse quando si guardava allo specchio.
Ricordavo che era bello da vedere e che lei si piaceva, ma come fosse davvero non potevo rievocarlo alla mente.
Anche i suoi genitori, per me non erano altro che “mami” e “papi”, non avevo idea di quali fossero i loro nomi.
Lo psicologo mi fece descrivere i luoghi che vedevo di solito e i visi che mi erano familiari quando ero lei, ma le risposte che ero in grado di dare erano troppo vaghe.
Alla fine, il bravo professionista si arrese, dicendo ai miei genitori che il mio caso era strano ma che dopotutto la mia personalità era equilibrata e nonostante la particolarità dei miei sogni da sveglio ero un bambino normale, non c’era da preoccuparsi.
Si offrì anche di continuare a seguirmi, ma ci aveva già spillato un bel po’ di denaro e i miei, dopo essersi resi conto che non c’era niente da fare, lasciarono perdere.
A onor del vero, contattarono anche altri specialisti del settore per avere un parere diverso, ma nessuno li convinse più del primo.
Uno tra questi si mostrò morbosamente attento al mio caso, disse che erano capitati casi di altri bambini che affermavano di essere altre persone e che alcuni di questi avevano dato l’identikit di gente già deceduta, che la cosa aveva dato adito all’idea che quei bambini fossero la reincarnazione di quei defunti e il solo pensiero lo illuminava di curiosità, ma dovetti deluderlo: la bambina che sognavo viveva nel presente dei giorni nostri, l’anno che lei scriveva all’inizio dei suoi quaderni era lo stesso che scrivevo io, ogni giorno la pagina di diario su cui segnava i compiti era quella della data corrente.
In ogni caso, i miei volevano assolutamente evitare che io venissi presentato al mondo come un fenomeno da baraccone, quindi mi dissero di non parlare con nessuno di quello che sognavo e di non farmi influenzare da esso, cosa che già avevo imparato a fare da tanto peraltro.
Crebbi e diventai adolescente, e mentre nella realtà ero un ragazzo timido e impacciato, nei sogni ero una ragazza sicura di sé ma non troppo socievole.
Una cosa che mi diede da riflettere fu che anche lei, quando sognavo di essere lei, si sentiva diversa a causa dei sogni particolari che faceva.
Era stata più intelligente di me e aveva capito tutto da sola, aveva ascoltato gli altri e compreso che loro non sognavano come lei, che nei sogni loro erano se stessi o a volte qualcuno di diverso ma non sempre lo stesso, loro sognavano fatti straordinari o cose che il loro inconscio avrebbe voluto o temuto, non sognavano la vita reale e monotona di un altro individuo.
Io e lei ci rendemmo insieme conto di una cosa: forse non sognavamo soltanto di essere un’altra persona, forse quella persona esisteva veramente, e noi sognavamo la sua vita.
Per un certo tempo si impegnò più di me per riuscire a capire chi fossi io e dove vivessi, ma i ricordi della veglia non lasciavano neanche a lei alcuna informazione utile.
Sognai la sua rabbia con se stessa per non riuscire a ricordare il tragitto che facevo ogni giorno per andare da casa a scuola, il nome o almeno la conformazione delle strade che percorrevo.
Iniziai a diventare uomo, allo stesso modo in cui lei si faceva donna.
Mentre da ragazzo provavo attrazioni piacevoli ed erotiche per le ragazzine della mia età, quando chiudevo gli occhi ero una giovane donna che copriva con vestiti troppo larghi il proprio corpo da modella mancata, infastidita dalle attenzioni indesiderate dei volgari spasimanti e segretamente rammaricata di non riuscire ad avere nessuna attenzione proprio da quello che le piaceva.
A quindici anni consumai il primo rapporto con una ragazza, sangue e atmosfera pesante che rovinarono tutte le meravigliose aspettative che mi ero fatto; a diciassette vissi con la mia alter ego una prima volta invece deliziosa e piacevole, con quello che credeva sarebbe stato il suo grande amore.
Dopo un paio di mesi tutto era finito e lui era con un’altra illusa, ma l’amarezza passò dopo poco.
Tutto questo, il fatto di essere donna ogni volta che chiudevo gli occhi, non influenzò la mia attrazione per le ragazze, ma forse rese un po’ migliore il rapporto che ebbi con loro.
Quando mi approcciavo con una ragazza evitavo tutti quei comportamenti che la mia alter ego odiava dei ragazzi, e riuscivo a capire cosa si nascondeva dietro i loro silenzi.
Nonostante questo, riuscii ad essere un buon amico con molte di loro, ma non ebbi grande successo come fidanzato: ero piuttosto grassoccio e impacciato, e questo mi rendeva anche un po’ troppo timido e ritroso.
A diciassette anni, forse influenzato anche dal sapere quanto era stato considerato bello il ragazzo che la mia alter ego aveva posseduto la sua prima volta, mi iscrissi in palestra e con grande impegno riuscii a diventare magro e a sfoggiare un discreto accenno di muscoli.
La mia dedizione nel migliorare il fisico mi fece dedicare meno tempo allo studio, e fui bocciato, ma non mi dispiacqui molto.
La ragazza che sognavo di essere a scuola aveva un grande successo, e vivere da vincente almeno quella vita sognata mi bastava, mi dissi per consolarmi.
Anche se con un anno di ritardo, la scuola finì e con essa un’era della mia vita.
Cercai lavoro e non mi piacque, allora decisi di iscrivermi all’università, giusto per permettere ai miei di raccontare a chi chiedeva di me che stavo studiando.
Suonava meglio di “sta in casa a non fare niente tutto il giorno”, pensai.
Mi iscrissi alla facoltà di psicologia, senza sapere neanch’io perché. Mi sembrava facile come materia, e forse tutti gli psicologi con cui avevo avuto a che fare da bambino, sebbene non mi avessero aiutato per niente a capire il mio mistero, mi avevano trasmesso un po’ di passione per la materia.
Una passione tenue e appena accennata, come quella che provavano loro, per la materia in sé, e una più grande per le ingenti quantità di denaro che ricevevano per aver ascoltato una persona per tre quarti d’ora.
L’idea di quel guadagno mi spinse a continuare assiduamente gli studi anche quando le forze sembravano mancarmi, e riuscii a laurearmi con un solo anno di ritardo.
La ragazza che sognavo, ormai donna, non aveva mai rinunciato al suo sogno di diventare dottoressa, e dopo aver terminato con il massimo dei voti il liceo aveva passato il test per medicina e divorato gli esami.
Questa fu una piccola fortuna: non potevo ricordare il suo nome e il suo aspetto, ma le cose che studiava le ricordavo come se le avessi studiate io, e le sue eccellenti abilità di studentessa mi furono molto utili in diversi esami.
Quando io ero ancora al quarto anno, lei stava già specializzandosi in neurologia. Terminai il master in Psicologia infantile proprio a ridosso della su seconda laurea.
Eravamo cresciuti senza essercene resi conto. Ci ritrovammo adulti in un mondo a cui ci sembrava di esserci appena affacciati come ragazzi.
Iniziai a lavorare presso lo studio di uno psicologo più anziano, era considerato un luminare nel suo campo. Quello che all’inizio non avevo capito guardandolo dopo tutti quegli anni era che si trattava dello stesso fanatico del paranormale che si era tanto appassionato al mio caso tanto tempo prima.
Probabilmente lui si ricordava benissimo chi ero io, e mi resi conto che, se nonostante una carriera universitaria non proprio brillante ero stato assunto da un così importante professionista, doveva essere solo grazie alla mia storia che continuava ad appassionarlo.
Lui non mi fece domande sul mio strano caso, ma mi fissava sempre con gli occhi che brillavano come se stesse guardando un UFO (cosa che, conoscendolo, sarebbe stato un sogno per lui).
Un giorno mi accolse trionfante nel suo studio dicendo:
- Ce l’ho fatta! Credo di essere proprio riuscito a trovarla!
- A trovare chi? - domandai un po’ perplesso.
- Ehm... - lui si calmò, facendosi forza per frenare il proprio entusiasmo – Dal prossimo settembre lavoreremo in collaborazione con un gruppo di neurologi per un progetto universitario! Una cosa importante.
Non compresi il motivo di questa sua allegria finché non andai a dormire.
Scoprii che la donna che sognavo ogni notte aveva ricevuto la stessa comunicazione: lei e altri giovani dottori dell’ospedale in cui lavorava avrebbero portato avanti una ricerca insieme ad alcuni psicologi, tra cui quello per cui lavoravo.
Mi risvegliai mormorando “Ma come avrà fatto quel vecchio pazzo a trovarla?”.
Riflettei su come fosse stato possibile.
Lei non ne aveva mai fatto parola con nessuno a parte uno studente di neurologia con cui aveva legato negli ultimi anni.
Era decisa a non dire mai niente di quella storia, ma lui si era mostrato un così caro amico e confidente da catturare completamente la sua fiducia per un anno e più.
Si era poi scoperto che invece era solo interessato a lei e che aveva finto per tutto il tempo di essere un buon amico che voleva solo il suo bene solo per spingerla, prima o poi, a diventare sua, nonostante lei avesse sempre messo in chiaro che, dopo altri due fidanzamenti finiti tutti con la scoperta di essere tradita, aveva deciso di concentrarsi solo sulla carriera perché non si sarebbe mai più fidata di un uomo in vita sua.
“Al cuore non si comanda” aveva detto lui, sia per spingerla a cedere ai sentimenti e a fidarsi di nuovo e sia per giustificare il fatto di essersi dichiarato e stare insistendo nonostante sapesse che lei non lo voleva.
Non doveva essere stato in grado di comandare nemmeno alla lingua, se ora quel segreto rimasto celato al mondo intero così a lungo era giunto fino alle orecchie dello psicologo ossessionato dai misteri.
Dopo che lei aveva rifiutato il ragazzo, questo per ripicca doveva essere andato in giro a parlare di ciò che gli era stato chiesto di non rivelare.
E così, ora avrei visto la persona che impersonavo nei sogni da una vita.
Temetti la sua reazione quando avrebbe scoperto anche lei che eravamo desinati ad incontrarci, ma quel momento per lei non arrivò subito.
Nella veglia tutte quelle informazioni che avrebbero potuto farle capire che ero io una delle persone con cui avrebbe lavorato le erano censurate, come se non le avesse mai sognate.
Io ero riuscito a capire che stavo per vedere lei solo perché lo psicologo con cui lavoravo mi aveva dato un indizio durante la veglia.
In quei giorni d’estate in cui attendevo con ansia quel momento, mi interrogai se fosse il caso di farmi dire dallo psicologo il nome della donna per cercarla sin da ora, ma non ne ebbi il coraggio.
Provavo una strana sensazione di desiderio fremente e allo stesso tempo di angoscia, avrei voluto correre verso il giorno in cui ci saremmo visti trascinando il tempo con me e allo stesso tempo fuggire verso il passato in modo da non raggiungere mai quel giorno.
Ma quel giorno, che io lo volessi o no, arrivò.
Lei era bella e maestosa. Capelli corti e mossi con diverse sfumature di castano chiaro tendenti al biondo incorniciavano un viso sottile e grazioso tempestato da due occhi chiari color azzurro cielo.
Il suo corpo era snello e atletico, da ballerina e da lottatrice insieme.
Arrossii e distolsi lo sguardo da lei, pensando che quella notte avrebbe sognato esattamente tutto quello che pensavo su di lei, avrebbe saputo tutto.
Si presentò pronunciando il proprio nome con sicurezza una goccia di alterigia, “Dottoressa Anna Ledi”.
Assaporai quel nome, che finalmente diventava di mio dominio senza più le censure della mente. Quello che era stato un vago ricordo incapace di riaffiorare nella veglia ora emergeva con prepotenza, tanto che nel pensiero esclamai: “Ma si! Anna Ledi! Questo nome così semplice che ho sentito pronunciare tante di quelle volte in sogno, finalmente lo rammento!”.
Quando mi porse la mano sollevai mollemente la mia tremante, e mentre mi guardava con stupore e dubbio balbettai il mio.
Allora lei spalancò gli occhi, e capii che anche lei stava riscoprendo quel nome che da sempre conosceva.
Le rivolsi uno sguardo fermo e annuii alla domanda che i suoi occhi ponevano silenziosamente solo a me.
Ora anche lei sapeva tutto, eravamo finalmente consci l’uno dell’esistenza e dell’identità esatta dell’altro.
In quella giornata non fui in grado di dirle nemmeno una parola, e anche lei non cercò di avvicinarmi per parlare.
C’era troppa gente intorno a noi, soprattutto lo sguardo morbosamente curioso dello psicologo pazzo non ci lasciava mai, e anche se fossimo stati soli l’imbarazzo sarebbe stato troppo forte.
Eravamo, per certi versi, come fratelli che si conoscevano perfettamente, ma d’altro canto ognuno sapeva i segreti e la storia dell’altro al punto da rendere il tutto imbarazzante.
Lei sapeva come celavo il mio sguardo per fissare le ragazze che vedevo per la prima volta nelle parti del corpo che più mi interessavano, io ero a conoscenza di tutte le sue manie che non avrebbe mai confessato a nessuno e dei dubbi più imbarazzanti su cui si interrogava.
Quando andai a dormire quella sera volevo solo sapere cosa aveva provato lei vedendomi, con mio enorme stupore quella notte non sognai la giornata che aveva avuto lei il giorno prima.
Fu un sogno confuso, in cui un anonimo sfondo chiaro si mischiava a ricordi confusi di cui non capivo quasi nulla, e in cui provavo un grande senso di smarrimento e di attesa della fine.
Mi risvegliai senza capire, e pieno di dubbi andai nello studio dello psicologo che doveva aspettarmi lì per poi recarci all’ospedale.
- Allora? - non poté fare a meno di chiedermi, impaziente – è lei? Ho trovato quella giusta?
Annuii, sapendo almeno di far contento lui, a cui ormai non si poteva nascondere nulla, e dato che la sua insistenza era insopportabile gli raccontai anche che quella notte era successo qualcosa di molto diverso dal solito.
- Oh no! - esclamò lui, mettendosi le mani alla testa – Non avrò spezzato l’incantesimo, facendovi incontrare?
La cosa lo turbò quasi quanto aveva turbato me, e decise allora di rimediare facendoci rimanere soli.
- Credo che dovremmo dividerci in gruppi, la signorina Anna e il mio giovane collega dovrebbero andare nella stanza B9 per discutere sul gruppo di controllo e sui medicinali che dovrà prendere chi ne farà parte – suggerì, e la sua richiesta fu accolta dagli altri, mentre io arrossivo in modo incontrollabile e mi giravo per non doverla guardare in faccia per il momento.
Il ragazzo timido e impacciato che credevo di essermi lasciato alle spalle col mio vecchio fisico riemerse di colpo in quel momento.
Quando rimanemmo soli, restammo per molto tempo a fissarci in silenzio.
Cosa potevamo dire? Ci vedevamo ora per la prima volta, eppure ci conoscevamo da sempre.
- Non sono io che sono pazza, vero? - trovò infine il coraggio di dire lei – Se tra di noi c’è tutto questo imbarazzo è perché tu sei l’uomo che io sogno ogni notte, e io sono quella che sogni tu.
Annuii.
- Non ho mai capito come sia possibile, ma siamo da sempre legati – dissi.
Ora che il silenzio era rotto, eravamo liberati di un grande peso.
Senza che nessuno dei due riuscisse a capire, ci ritrovammo a venirci incontro e abbracciarci.
Una volta passato l’imbarazzo, ci eravamo resi conto di quanto affetto ci fosse tra di noi, anche se non ci avevamo mai pensato.
Nessuno al mondo ci conosceva meglio della persona che ci stava abbracciando, sebbene non ci fossimo mai parlati.
Avevo provato il suo stesso dolore ogni volta che era stata tradita dalle persone che si era illusa provassero lo stesso folle amore che provava per loro, lei era con me quando fissavo il mio grasso e tozzo corpo allo specchio chiedendomi chi mai avrebbe potuto amarmi se nemmeno io ne ero in grado.
Conoscevo il suo coraggio e la sua lealtà che nessuno aveva mai apprezzato fino in fondo, e lei era l’unica a poter vedere la mia dolcezza che l’eccessiva timidezza impediva di dimostrare ad altri.
- Ricordi quando da giovane cercavo ragazzi belli e seducenti con cui fare invidia alle mie amiche, e poi di colpo ho cambiato idea e iniziato ad essere attratta da quelli taciturni che avevano occhi solo per me e che mi sembravano dolci e pieni di amore da dare? - sussurrò continuando a restarmi abbracciata – Sai bene che quel cambiamento era dovuto al fatto che volevo un ragazzo come quello che sognavo ogni notte, come io so che se cercavi ragazzi dal carattere forte e sicure di se non era solo per compensare il tuo carattere timido. Cercavi me, come io cercavo te.
Io non ci avevo mai pensato, e forse neanche lei prima di allora, ma adesso era tutto chiarissimo, mi rendevo conto che aveva perfettamente ragione.
Quel giorno non facemmo alcuna ricerca sul gruppo di controllo né su nient’altro, facemmo invece l’amore sul rigidissimo lettino della stanza B9 e fu così bello che non mi resi minimamente conto della scomodità.
Non mi ero mai sentito così bene, così vicino e legato a una persona.
Il tempo scadde senza che ce ne fossimo resi conto, ci separammo a malincuore aspettando il domani.
I giorni seguenti la situazione non fu molto diversa.
Dovevamo comunque lavorare al progetto, così discutemmo anche del gruppo di controllo (il bravo psicologo pazzo, per lasciarci il tempo di approfondire la conoscenza dei nostri alter ego, ci aveva lasciato in verità il compito più semplice e leggero), ma appena terminavamo il necessario ci rimettevamo a parlare di noi, a farci domande e discutere sulle possibili risposte.
Facemmo varie ipotesi su come potesse esserci successo di avere questo strano legame, nessuna ci sembrò plausibile.
Scoprimmo una cosa interessante: eravamo nati tutti e due nello stesso giorno e, cosa ancora più importante, nello stesso giorno eravamo stati concepiti.
Io all’inizio in verità non sapevo il giorno esatto in cui i miei genitori mi avevano concepito, mi era solo stato raccontato che era successo in uno dei giorni di vacanza in una città costiera, un’estate troppo piovosa per godersi il mare.
Erano stati lì una settimana e non potendosi divertire come avevano programmato erano rimasti tutto il tempo in albergo a godersi il lusso e la compagnia reciproca.
Lei viveva in quella città da sempre, e sua madre aveva pianificato il suo concepimento da tempo, e non si era imbarazzata a raccontarle di aver pensato alla data esatta in cui doveva accadere.
Io avevo estorto ai miei imbarazzati genitori quell’informazione da piccolo, quando la curiosità infantile iniziava a sorgere, ed ero riuscito a ricavarla da loro sparute e timide frasi a riguardo.
Dal giorno in cui ero nato ricavammo la data esatta del concepimento: come quello di lei, era avvenuto un pomeriggio del 15 luglio dell’anno 1995, nella stessa città!
Decisi di raccontare questo dettaglio allo psicologo folle, che insisteva per avere informazioni che animassero la sua curiosità.
Un’altra cosa molto interessante che scoprimmo era che, se dormivamo insieme mentre eravamo a contatto fisico, facevamo sogni molto diversi dal solito, sognavamo di non essere né propriamente me né lei, ma di essere una persona che era me e lei allo stesso tempo, che si muoveva per l’ospedale universitario senza essere vista e poteva spiare ciò che avveniva senza poter interagire con gli altri.
Scoprimmo questo dopo aver fatto di nuovo l’amore su quello scomodo lettino che ora tanto amavo, ed esserci addormentati non so come su quella rigida superficie.
Ci venne spontaneo chiedere l’uno all’altra cosa avesse sognato questa volta, e scoprimmo ben presto di aver fatto lo stesso sogno.
Avevamo sognato di entrare nella stanza dei nostri colleghi, dove lo psicologo con cui lavoravo e dei neurologi collaboratori di Anna discutevano.
Menzionavano un problema di cui io e lei non eravamo ancora stati messi al corrente, su una questione legale che poteva darci problemi quando avremmo esposto l’esito della nostra ricerca.
Ci stupimmo molto quando, tornati col resto del gruppo, si premurarono di informare anche noi di questa faccenda. L’avevamo già appresa, pur non essendo fisicamente presenti quando era stata discussa.
Questa novità lasciò perplesso e un po’ euforico me, che mi sentivo quasi entusiasta di aver scoperto di avere questo potere inaspettato, ma turbò molto Anna, e capii subito perché.
La conoscevo bene, lei era molto sospettosa e aveva sempre avuto paura che qualcuno la giudicasse strana e la volesse studiare come una strana creatura per via della sua caratteristica di sognare sempre solo la mia vita, era questo il motivo per cui l’aveva nascosto sempre a tutti, anche ai suoi genitori, e l’aveva rivelato solo a una persona nella vita. Scoprire che questa non aveva mantenuto il segreto l’aveva solo resa ancora più prudente, e ora l’idea che qualcuno potesse scoprire di questa novità ben più curiosa la spaventava.
- Non dobbiamo dire a nessuno di questa storia – mi fece giurare, e io giurai.
Non mi importava niente di dover tenere per me quel segreto, anzi ero felice che ci fosse questa intima consapevolezza, solo tra me e lei.
Il mio amore per lei era così profondo per poter fare una qualsiasi cosa che la turbasse anche minimamente.
Sapevo che lei provava lo stesso per me.
Era un amore puro e sincero, che non avevo mai veramente provato per nessun’altra.
Era sempre esistito, anche quando non ci eravamo ancora visti fisicamente e l’uno non poteva essere certo della reale esistenza dell’altra. Era stato sempre racchiuso in noi come un’intima speranza, che era emersa in tutta la sua grandezza come un iceberg che spunta dalle acque appena ci eravamo visti per la prima volta.
Facemmo spesso quei viaggi corporei con cui potevamo vedere il mondo senza essere visti, dopo esserci addormentati alla fine di una nuova unione carnale.
Oltre all’eccitazione per quella possibilità di viaggiare senza corpi e senza essere visti da nessuno potendo carpire i segreti di tutti, era una cosa meravigliosa soprattutto per via dell’unione che c’era tra noi in quel momento, quando eravamo come un’unica entità in cui sopravvivevano le consapevolezze sia mie che sue, ma si fondevano in un solo essere grazie alla grande comprensione che c’era tra noi.
Era qualcosa di più grande e piacevole che fare l’amore, era come se, con la stessa intensità con cui poco prima si erano uniti i nostri corpi, in quel momento fossero le nostre anime ad accoppiarsi.
Con tanti argomenti da discutere e tutte queste novità, le venne in mente solo dopo diverse settimane di chiedermi cosa sognassi io adesso, la notte.
Dovetti rispondere che non lo sapevo bene: infatti, continuavo ad avere visioni confuse di cui ricordavo anche poco da sveglio, nel sonno ora ero una persona che non aveva molta consapevolezza di chi fosse né aveva ricordi.
Solo di recente qualcosa stava iniziando ad essere più chiaro, nelle ultime notti avevo impersonato una donna anziana che si rammaricava di non riuscire a ricordare più di cinque minuti della propria vita, e che confondeva i volti delle persone che vedeva con quelli di altre che aveva forse conosciuto in passato.
Solo dopo ancora qualche notte fui certo di poter concludere che quella donna era lei, ma che stava perdendo la memoria man mano che andava avanti. La cosa strana era che io la sognavo andare a ritroso nel tempo, tornare ogni attimo indietro, eppure nel sogno non mi sembrava che ci fosse niente di strano, solo da sveglio capivo che i miei sogni erano andati avanti come se fossero stati in modalità rewind, in modo che se li avessi visti proiettati da sveglio non ci avrei capito nulla, ma nel sonno comprendevo perfettamente ogni cosa.
- Allora è così – sospirò lei quando le raccontai tutto questo – Da quando ci siamo visti di persona non sogniamo più ognuno il presente dell’altra, ma abbiamo cominciato a ripercorrere gli ultimi giorni della nostra vita, tu della mia e io della tua.
- Vuoi dire che anche tu hai sognato me da anziano? – chiesi, comprendendo dalla sua precedente frase e dal suo sguardo che doveva essere così – E perché non me lo hai detto subito? Anche io da vecchio perderò la memoria e quindi anche tu non riuscivi a capire all’inizio?
Lei abbassò lo sguardo, mostrandosi molto triste.
- Sei sicuro di voler conoscere la mia risposta? Non credi che sarebbe brutto sapere come e quando morirai? Potrebbe non essere una buona idea voler conoscere il proprio destino… - mi disse.
Io riflettei un attimo, e mi tirai una pacca sulla fronte.
Le avevo appena rivelato come se niente fosse che avrebbe passato gli ultimi anni della sua vita nel totale oblio, senza avere idea di chi fosse né ricordare niente di tutto ciò che aveva vissuto!
Certo che sarebbe stato orribile anche per me sapere qualcosa del genere, l’idea di qualunque morte mi avrebbe in fondo angosciato se avessi saputo che sarebbe stata la mia, eppure avevo candidamente detto quello che sarebbe stato di lei, senza neanche chiederle se lo volesse.
Mi scusai con lei, sinceramente mortificato, ma mi abbracciò e mi disse che non importava.
Quel giorno non mi parlò, restammo solo abbracciati senza dire nulla.
Ben presto però arrivò un’ottima notizia, che ci fece dimenticare tutto il resto: lei aspettava un figlio.
Normalmente sarebbe stata una sorpresa un po’ problematica, per due persone che si vedevano da così poco tempo, scoprire di essere già destinati a diventare madre e padre, ma noi ci conoscevamo da sempre, e quello fu il felice coronamento di una perfetta simbiosi.
Estasiati da questa novità che ci rendeva ancora più uniti, ci iniziammo a vedere sempre più spesso, trascurando anche il lavoro, e iniziai i preparativi per andare a vivere da lei.
Aveva un appartamento molto grande che i genitori le avevano comprato appena si era trasferita per gli studi, sperando di farla rimanere nella loro stessa città con questo stratagemma che in effetti sembrava aver funzionato: la casa era abbastanza grande da poter sopperire alle esigenze di una coppia e di un bambino, così la scelta di iniziare a vivere tutti lì era stata piuttosto scontata.
Avevo amato quell’appartamento dalla prima volta che ci ero entrato coi miei piedi, e soprattutto lo avevo amato quando lo avevo sognato mentre ero nei panni di lei, che lo vedeva per la prima volta a diciannove anni quando i suoi glielo avevano mostrato.
Le cose, però, non procedettero sempre con questa serenità.
Un mattino, quando mi recai al lavoro, lo psicologo che lavorava con me mi venne incontro trafelato.
- Siete nei guai! – esclamò, concitato – Dovete sparire prima che qualcuno si accorga di voi!
Feci calmare quel vecchio ritenendolo un povero pazzo, e poi mi feci spiegare perché stesse dicendo così.
Mi spiegò che aveva fatto delle ricerche, che aveva scoperto che nella data in cui avevo raccontato di essere stato concepito era in atto un esperimento proprio nella città in cui gli avevo detto essere accaduto il fatto.
- Esiste una società segreta… non guardarmi con quella faccia, lo sanno in pochi ma ti assicuro che è vero! – iniziò a dire – Fanno esperimenti a scopo bellico sfruttando a volte cavie umane inconsapevoli, non è la prima volta che succede.
Pensai che doveva aver raccontato della mia storia a chissà quali fanatici di ufologia e complottismo per aver sentito quelle frottole colossali, ma lo lasciai continuare con pazienza.
Raccontò che questa società una volta aveva fatto compiere a persone ipnotizzate azioni illegali per giorni, mostrandomi come prova un vecchio articolo di giornale in cui si raccontava di un gruppo di nudisti che si era fatto arrestare per aver cercato di coinvolgere normali passanti in un baccanale all’aperto in pieno giorno.
Quelle persone, si narrava nell’articolo, si erano giustificate raccontando di non aver mai fatto prima cose simili, e di essere state come prese da una forza misteriosa che le aveva spinte ad agire in modo assurdo.
Trattenni le risate e gli dissi che non mi sembrava plausibile che una società segreta impegnata a cercare strategie militari vincenti potesse interessarsi a far avvenire cose simili, ma niente poteva distoglierlo dall’idea di aver capito tutto sul mio caso.
- Quello non era che un rudimentale esperimento, ma non è tutto! In quella stessa città più volte ci sono state esplosioni in cielo di cui nessuno ha compreso la natura, è tutto documentato! – continuò, mostrandomi altri articoli – E ora venivamo a te.
Questa volta prese una serie di fogli sparsi stampati probabilmente da casa sua.
Era la stampa di una pagina web, dove si parlava della tale società EBAS, non persi tempo a capire cosa volesse dire la sigla, e si raccontava di tutte le malefatte attribuite dai complottisti a questa società.
“L’anno 1995 è stato dedicato soprattutto alle ricerche sull’acquisizione di informazioni riservate tramite quello che si potrebbe definire ‘spionaggio onirico’. Nei giorni 12 gennaio, 24 aprile e 15 luglio sono stati fatti esperimenti atti a dimostrare che fosse possibile per un soggetto acquisire informazioni durante il sonno su fatti di cui non era personalmente partecipe.” Lessi “ Il rapporto a questo riguardo è molto criptico e lascia comprendere poco su come si sia agito, ma sembra che nel primo esperimento abbiano tentato di far arrivare le informazioni a un soggetto dormiente tramite segnali inviati al suo cervello, e che questo una volta risvegliato abbia riferito di aver appreso effettivamente parte di quanto accaduto in una stanza blindata diversa da quella in cui dormiva. Il soggetto era però in evidente stato confusionale e parte di ciò che riferiva era sconnesso, non era più in grado di distinguere il falso dal vero e così, oltre a non essersi ripreso da quello stato, non è più stato in grado di fornire informazioni utili”.
Era mostrata la fotografia di quello che doveva essere “il rapporto” rubato di cui si parlava, un foglio ingrigito con alcune scritte a macchina non troppo leggibili.
“Risulta dal termine del rapporto che il 24 aprile sarebbe stato fatto un nuovo esperimento, ma per renderlo più efficace la cavia avrebbe dovuto essere narcotizzata in modo più profondo, anche a costo che ciò comportasse danni permanenti.” si leggeva ancora, mostrando questa volta solo un breve stralcio del documento del 24 aprile “E che in seguito, per una data inizialmente prevista come 13 luglio e poi spostata al 15, in caso neanche questo funzionasse si sarebbe tentata quella che viene definito nel rapporto ‘la creazione di un supporto fisso di raccolta e trasferimento dati, sfruttando la morfologia dell’encefalo umano’. Per comprendere di cosa si tratti, bisogna analizzare alcuni documenti costituiti negli anni precedenti relativi agli esperimenti sull’ipnosi e la modifica del comportamento umano…”
Quei pazzi avevano scritto così tante pagine che non mi misi a leggerle tutte.
Lo psicologo però insistette molto per farmi riportare tutto e farlo leggere anche ad Anna, affinché decidessimo come difenderci. Sosteneva che se qualcuno avesse rivelato al mondo delle nostre capacità avremmo avuto dei guai con quella società, che lui non conosceva che per sentito dire, ma che era certo avesse al suo interno persone spietate e pronte a tutto.
Lo mostrai a lei con un certo imbarazzo e solo per correttezza verso il mio collaboratore, che si era fatto promettere di farglielo leggere.
Anna lo prese un po’ più sul serio rispetto a me, anche se non troppo all’inizio.
- Abbiamo il modo di sapere se quello che dice risponde a verità – mi suggerì, invitandomi a stendermi con lei sul letto.
Dopo qualche tempo di passione ci addormentammo, come era ormai la prassi, e viaggiammo nella sua città, quella costiera in cui tutti e due eravamo stati concepiti, alla ricerca di indizi.
Il sito visitato dallo psicologo riferiva che quella società si trovasse sotto il livello del mare, in una grotta tra gli scogli. La cosa mi aveva fatto ridere più della storia dell’orgia tra nudisti, ma in ogni caso andammo a controllare la zona in cui era indicata la sede.
Il “corpo” con cui ci muovevamo quando vagavamo insieme nei sogni era capace di andare ovunque, attraversare muri e anche muoversi nell’acqua esattamente come se fosse aria.
Avremmo potuto usarlo in tanti modi non proprio legali per arricchirci e guadagnare potere, ma la nostra onestà ce lo aveva sempre impedito.
Mi resi conto che in ogni caso era valsa la pena di fare quel viaggio nel mare. Poter camminare tra gli scogli e nel fondale del mare senza il vincolo dell’aria da correre a riprendere in superficie e poter osservare da vicino i pesci senza che scappassero spaventati fu un’esperienza fantastica, e fui felice di condividerla con Anna.
Quello fu forse il momento migliore della mia vita.
Fu interrotto quando i pesci che osservavamo fuggirono via senza che fossimo stati noi a fare qualcosa, e una grande ondata d’acqua venne nella nostra direzione. Non ci fece spostare, dato che non avevamo massa quando eravamo in quella forma, ma vedemmo che tutto era accaduto per causa di un mezzo sottomarino che sembrava fuoriuscito dal nulla.
Era notte e tutto era scuro, e quel mezzo di trasporto non usava alcuna illuminazione, ma noi vedemmo tutto, e andando in quella direzione scoprimmo davvero una specie di antro.
A dire il vero, era come un grande buco da cui il sottomarino era risalito, e scendendo di lì arrivammo fino a una zona da cui, dopo una lunga discesa, si risaliva ancora e non c’era più acqua.
In quel luogo trovammo una vera e inquietante fortezza nascosta.
Vagammo tra laboratori in cui ricercatori e scienziati apparentemente normali si aggiravano, talvolta, oltre che tra alambicchi e macchinari, tra cavie trattenute in stato semi-comatoso. Cavie umane!
C’erano delle persone che si divincolavano tra fili attaccati al corpo e venivano sedate ogni volta che iniziavano ad essere troppo vispe, cioè capaci di muoversi abbastanza da staccare qualche filo.
Ci risvegliammo turbati e angosciati.
Soprattutto Anna sembrava non volersi capacitare di ciò che aveva visto.
- Allora è vero! – ripeteva sconfortata a se stessa – Non volevo crederci, ma è vero…
La abbracciai per rincuorarla.
Decidemmo che dovevamo dire a qualcuno quello che avevamo visto, che dovevamo far sapere al mondo cosa facevano in quel luogo nascosto, ma per non essere creduti un gruppo di pazzi -come io avevo pensato inizialmente dello psicologo che mi aveva fornito quei dati- dovevamo prima acquisire delle prove.
Ma come potevamo prendere una prova tangibile, se quando entravamo in quegli angusti laboratori non eravamo che un’anima svincolata dal corpo?
Sebbene fosse assai angosciante, prendemmo a visitare ogni giorno quel posto, quando dormivamo insieme andavamo sempre lì. Non ne facemmo parola con nessuno, per il momento decidemmo che fosse meglio così.
Nel corso di quello strano spionaggio assistemmo a tante cose inquietanti ed anche a molte altre che, devo ammettere, riuscirono a stimolare la nostra curiosità.
Una in particolare ci attirò, soprattutto perché ci rendemmo conto che era collegata con noi, con la nostra storia. In uno dei laboratori c’era una macchina che riceveva informazioni da diverse parti del mondo, raccogliendole senza che ci fosse un supporto fisico su cui venivano prima immagazzinate: non erano riprese immagini, né registrati suoni, niente del genere, eppure alla macchina giungevano, in un linguaggio a noi ignoto che veniva successivamente riconvertito in audio\video, mix confusi di frasi, sequenze di immagini e suoni.
Quando un ricercatore collegava la macchina alla propria testa percepiva le cose più distintamente, sentendoli parlare tra loro capimmo che venivano registrate e apprese anche informazioni non rilevanti ma che non si poteva fare a meno di carpire, come le sensazioni che provava chi stava “inviando” quelle informazioni, i pensieri che faceva.
Non erano persone che inviavano volontariamente tutto questo, anzi non dovevano saperne niente perché venivano registrati episodi di vita comune e sembrava che chi veniva in quel modo spiato non avesse alcuna percezione di esserlo, eppure era proprio questo che succedeva: le menti delle persone a cui quella macchina in qualche modo si collegava venivano spiate!
Come ciò fosse possibile, non lo sapevamo, ma sembrava che quella macchina potesse collegarsi a quelle menti come un normale computer potrebbe collegarsi al segnale wi-fi di un modem: percepiva tutte le “reti” disponibili e ne sceglieva una.
Sembrava che fosse una conquista recente quella di poter scegliere tra le menti di più persone anche piuttosto distanti dal luogo da cui la macchina le cercava, e che in un primo momento quegli scienziati riuscissero solo a collegarla alla mente più vicina.
Ora invece potevano spiare in modo dettagliato i pensieri e le azioni di persone in tutto il mondo, anche se con alcune limitazioni.
Il segnale era instabile e in genere non durava che per pochi secondi, un minuto era il massimo record.
Volevano intensificare la portata di quell’aggeggio e rendere più stabili i collegamenti, ma anche così facendo quello non era che un progetto da cui avevano gettato le basi per qualcosa di più grande, qualcosa iniziata nel 1995.
Spiando a lungo quella gente, con costanza e pazienza arrivammo ad apprendere che avrebbero voluto da subito giungere a renderlo totalmente svincolato dalla persona spiata, o meglio avrebbero voluto creare un corpo virtuale e privo di massa che si muovesse direttamente come le onde che la macchina faceva spostare, un supporto mobile di informazioni che fosse al contempo anche in grado di raccoglierle.
Volevano arrivare a creare un essere come quello che li stava spiando, quello composto da me e Anna, e nel 1995 ci erano anche riusciti, ma non ne erano consapevoli.
Avevano provato a creare due segnali diversi che si ricongiungessero e creassero quel supporto stabile, ma dopo un primo momento in cui le cose erano sembrate filare lisce quei due segnali si erano dispersi e non erano stati in grado di recuperarli, così avevano deciso di abbandonare l’esperimento e procedere per gradi.
La cosa doveva essere più complicata del previsto, dato che fino ad allora col loro nuovo metodo non erano ancora riusciti a ricreare qualcosa di perfetto come lo eravamo io e Anna da quel punto di vista, però erano progrediti costantemente, per cui continuavano a proseguire a passo lento per quella strada.
Prima o poi ci sarebbero riusciti, e noi dovevamo impedirlo.
Qualcosa andò storto però: mentre cercavamo ancora il modo di far scoprire al mondo l’esistenza di quell’inquietante organizzazione, loro scoprirono la nostra esistenza.
Un pomeriggio in cui li stavamo spiando come facevamo ormai da settimane un collega di quelli che erano addetti al controllo della macchina ruba-pensieri entrò nel loro laboratorio trafelato, informandoli:
- Avete sentito? Si vocifera in giro che una donna sia in grado di sognare esattamente quello che fa un uomo, e questa donna è nata proprio nell’anno dell’inizio di questa ricerca!
Gli altri reagirono in modo diverso.
Uno dei due si animò subito di entusiasmo, mentre l’altra rimase scettica e gli chiese chi gli avesse dato quelle informazioni.
- Non sono certe, ma si sono diffuse nell’ambito dell’ospedale in cui la donna lavora, pare che siano i suoi colleghi a dirlo – riferì quello che aveva parlato per primo.
A quel punto non riuscimmo a spiare più nulla, perché Anna si risvegliò piangendo, e io mi ritrovai accanto a lei pieno di paure.
- Quel maledetto! – gridò, pensando certamente al suo vecchio compagno di studi di cui si era fidata – Avevo tenuto il segreto per tutto questo tempo e mi sono andata a confidare proprio con lui, che ora lo ha detto a tutto il mondo! Quella serpe dovrà pagarmela…
- Non fare così, ne verremo fuori – le dissi cercando di consolarla, mentre la stringevo tra le mie braccia.
Lei mi guardò con una strana espressione di dispiacere e rammarico, e calmandosi un momento mi disse una cosa che mi lasciò interdetto.
- Ricordi quando mi hai chiesto cosa sto sognando adesso, mentre tu sogni la mia vita che scorre al contrario partendo dalla mia vecchiaia e dai miei ultimi giorni? – chiese – Ho evitato di risponderti per non farti vivere nell’angoscia sin da allora, ma adesso non credo di poterlo più evitare, anche perché tra poco inizierai a sognare me nel pieno delle mie facoltà mentali, e potrai scoprirlo anche dai miei ricordi. È meglio che sia io a dirtelo ora: tu morirai tra pochi mesi, ucciso proprio da questa società.
Questo non me lo aspettavo.
Era per questo che era rimasta così triste quando si era resa conto che ognuno di noi sognava il futuro dell’altro, non perché si fosse rammaricata di essere destinata a perdere la memoria in vecchiaia!
Mi disse che avrebbe tentato qualsiasi cosa per cambiare quel brutto destino, che non lo avrebbe permesso.
- Io e te ci siamo già cambiati tante volte a vicenda, le nostre vite sono mutate per via dell’influenza reciproca, pensaci bene – mi disse – Tutti e due siamo stati attratti dalle materie che abbiamo studiato perché eravamo affascinati dalla nostra caratteristica e volevamo indagare meglio sulle dinamiche del cervello e della psiche umana; io ho smesso molto presto di fidarmi dei ragazzi comuni perché non riuscivo più a farmeli piacere sapendo che al mondo potevano esistere uomini come te, e tu hai perso un anno di scuola per renderti più bello e poter piacere a ragazze come quella che ero io un tempo… tante cose sono già cambiate nei nostri destini a causa di questo legame che ci unisce. È sempre successo e succederà ancora. Posso ancora cambiare il tuo destino.
Io non sapevo se sarebbe riuscita davvero in questo, ma mi scoprii a rattristarmi solo perché non avrei potuto passare altro tempo con lei.
In ogni caso, ora era certo che sapessero di lei e che sarebbero venuti a cercarla, e bisognava porre riparo a questo.
Contattai un lontano parente sudamericano da cui ero stato poche volte in vacanza, e gli dissi che doveva farmi un grosso favore, in cambio del quale gli avrei lasciato una cospicua somma di denaro.
Ora che ero psicologo guadagnavo piuttosto bene e la somma di cui feci menzione per il suo stile di vita era una vera fortuna, così si mostrò più che disposto ad ospitare a tempo indeterminato una ragazza incinta di cui non gli volevo fornire ulteriori dettagli.
Lei all’inizio si rifiutò, disse che non poteva lasciare tutto così e cambiare identità senza dire niente a nessuno.
Le dissi che era temporaneo, che quando le acque si sarebbero calmate sarebbe tornata ad essere Anna Ledi e che ai suoi genitori poteva dire tutto da subito, intimando naturalmente loro di mantenere assoluta discrezione. Ero certo che lo avrebbero fatto: Anna aveva preso da loro il suo vizio di sospettare sempre di ogni pericolo e di tenere i segreti che riteneva minimamente pericolosi sempre e solo per sé, c’era da aspettarsi che avrebbero sempre taciuto.
Il problema però era un altro: quella società sapeva che lei esisteva, e se fosse sparita non si sarebbero rassegnati facilmente.
Stavano lavorando sempre con più insistenza su quella macchina ruba-pensieri, ora concentrati soprattutto sul rintracciare delle persone precise in base ai dati che avevano di loro.
Davano come input una scena, un ricordo o un’immagine, e chi stava assistendo a quella scena in quel momento o aveva quel ricordo in mente veniva selezionato dalla macchina, che lo rintracciava ovunque fosse nel mondo e lo spiava, carpendone ogni segreto.
Anche se io e Anna non avessimo mai fatto parola con nessuno del suo cambiamento di identità e del luogo dove viveva ora, avrebbero potuto ritrovarla sbirciando direttamente nei suoi ricordi.
Sapevano chi era e cosa faceva ora, e potevano facilmente recuperare, ad esempio, parte della sua tesi di laurea o delle sue pubblicazioni e cercare qualcuno che avesse il ricordo di quelle esposizioni in mente, e l’avrebbero trovata all’istante.
Bisognava allora che non fossero più incentivati a cercarla, e dopo aver cercato invano diversi modi per raggiungere quell’obiettivo mi resi conto che ve ne era uno solo certamente efficace, e che io sapevo perfettamente come attuarlo.
Sapevo anche, però, che lei non lo avrebbe mai accettato.
Né potevo nasconderglielo, dato che era stata nel mio futuro, aveva visto cosa avrei fatto.
Insistetti nel ricordarle che lei portava in grembo nostro figlio, che la sua vita ora aveva un doppio valore e che avrebbe dovuto accettare qualunque cosa pur di preservarla, anche sopportare la perdita della persona che più amava al mondo.
- Non voglio che cresca senza conoscere il suo meraviglioso padre – mi disse piangendo, e giurò che mi avrebbe impedito di mettermi in pericolo.
Quando la accompagnai al porto per partire mi disse che non sarebbe andata da nessuna parte senza di me, e non potei fare a meno di accettare.
Non avvertimmo nessuno, io ero molto titubante , ma lei mi disse che aveva sognato che era proprio quella notte, la notte della partenza, quella in cui nei sogni mi aveva visto morire, e che se mi fossi imbarcato con lei non sarebbe più successo.
- Io non ero lì quando sei morto, e non eri su una nave. Vuol dire che se vieni oggi con me la storia che ho visto cambierà, e avremo entrambi un altro destino – disse, e volli crederle, nonostante fossi certo che le sue speranze fossero vane, e che non avremmo potuto rubare altro tempo al destino.
Anch’io sognavo il suo futuro, ormai avevo sognato praticamente quasi ogni giorno della sua vita percorsa a ritroso da quando era morta fino a dopo quella notte, e ora sapevo bene cosa lei avrebbe visto.
Salii su quella nave consapevole della mia condanna, ma volli regalarle quel momento in più di speranza, e vedendola sorridere mentre mi prendeva per mano al molo si rinnovò in me l’idea che valeva la pena di sacrificarsi per lei.
La stanza dove Anna doveva dormire poteva ospitare due persone, e lei aveva comprato entrambi i posti. Mi aveva detto di non sopportare l’idea di dormire con estranei, il che era plausibilissimo conoscendola, ma sapevo che sin dal momento in cui aveva comprato il doppio biglietto aveva sperato che ci fossi io ad accompagnarla in quel viaggio.
Dormimmo e viaggiammo con le menti unite un’ultima volta sui fondali marini, senza pensare ad altro che a noi. L’ansia di ciò che stava per succedere mi impedì di godere di quel momento come la prima volta, ma ce la misi tutta per renderlo il più piacevole possibile sia a me stesso che ad Anna.
Poi ci separammo e per un po’ ognuno dormì per conto proprio.
Sognai gli ultimi istanti di vita di Anna prima di quel momento che stavamo vivendo, quelli in cui io non l’avrei più vista direttamente.
Svegliandomi realizzai che avevo vissuto l’intera sua vita, e lei l’intera mia.
Uscii di corsa dalla stanza prima che lei si svegliasse, e corsi sulla prua della nave, dove erano radunate solo poche persone.
Anna non sapeva chi fossero quegli individui né quello che sarebbe successo esattamente quella notte, perché questa era una cosa che io conoscevo solo grazie ai suoi ricordi, quelli che lei aveva della sua vita e che avevo sognato, e a lei le cose che avevo appreso in questo modo erano censurate come un tempo lo era il mio nome. Ero consapevole di questo perché neanch’io avevo compreso bene il modo in cui ero morto dai suoi ricordi, sapevo solo ciò che mi aveva raccontato direttamente lei.
Quegli uomini erano agenti della EBAS, e avevano già capito che Anna Ledi si trovava lì.
La macchina aveva già dato i suoi frutti: non avevano potuto capire tutto ciò che lei aveva in mente e il piano di cambiare identità, ma avevano almeno compreso dove si trovava lei in quel momento.
Sapevo che se le cose fossero andate esattamente come dovevano lei sarebbe comunque andata a vivere presso il mio parente, e lì avrebbe vissuto bene anche se con la tristezza nel cuore e la voglia di dimenticare tutto, come un giorno avrebbe fatto a causa di una malattia neurodegenerativa.
Sapevo tutto questo perché lo avevo vissuto tramite lei, avevo vissuto la sua sopravvivenza e il suo dolore, ma anche qualcosa di più importante. Avevo deciso che tutto sommato andava bene così.
- So che mi state cercando – dissi a quegli uomini, che probabilmente avevano intenzione di fare tutto il viaggio per trovare la giusta passeggera. – Vi risparmierò la fatica: sono io Anna Ledi.
All’inizio mi guardarono con stupore e un certo disagio, ma mi affrettai a spiegare:
Anch’io posso vedere cose che non dovrei, meglio di quanto facciate voi con la vostra macchina. Prima i miei sogni si focalizzavano sulla vita di un solo uomo, ma ho imparato a governare il mio potere, e ora riesco a fare molte più cose. Tra cui anche prendere possesso dei corpi di coloro che inizialmente sogno di essere. Ora posso diventare le persone che sogno.
Feci una risata che doveva sembrare malvagia. Cercai di essere convincente.
Notai che avevano tutti delle pistole nascoste sotto le giacche e che le stavano lievemente tirando fuori per poterle usare rapidamente all’occorrenza.
- Il fatto che il corpo che abbandono per prendere quello successivo muoia è un effetto collaterale dopotutto non troppo sgradevole: mi aiuta a liberarmi di ciò che non è più necessario senza ulteriore fatica – spiegai – Non troverete la donna che portava il mio nome, ho già provveduto a sbarazzarmene per sempre diversi giorni fa, ora questo corpo va cambiato con uno migliore. Non vi conviene cercare di spararmi, divento sempre più brava a gestire questo potere e non so se fareste prima voi a uccidermi o prima io a prendere uno qualsiasi dei vostri corpi.
Quelle persone avevano spiato molti ricordi di Anna, finora si erano concentrati su quelli per trovarla, così dopo essermi accertato di aver catturato la loro attenzione e di avere un minimo di credibilità li invitai:
- So che avete una barchetta radiocomandata a seguirvi, e che aspettavate solo di catturarmi per portarmi lì sopra, che aspettate a farla arrivare? Anch’io vorrei andare in un posto più tranquillo, mentre vi elenco qualche episodio della mia vita che potrebbe aumentare la mia credibilità ai vostri occhi.
Fecero come avevo detto, e dopo una discesa non proprio comoda sulla loro barca iniziai a raccontare dettagli della vita di Anna che solo loro ed io che l’avevamo spiata potevamo conoscere.
Mentre mi portavano al loro laboratorio, ripetei intere frasi della sua tesi e di alcuni suoi elaborati, raccontai tutto ciò che era avvenuto con quel ragazzo fedifrago che aveva spifferato il suo segreto e a causa del quale era capitato quel guaio, e inserii qualche ricordo di gioventù.
Era quello che sapevano anche loro, così mi credettero sul serio.
- Perché sei venuta di tua spontanea volontà? – mi chiese uno di loro a quel punto.
- Credo che il mio potere potrebbe crescere ancora e rendermi praticamente invincibile, potrei fare cose straordinarie se lo sapessi gestire al meglio e nessuno meglio di voi che ne siete gli artefici potete aiutarmi a capire cos’altro posso fare – dissi cercando di mostrarmi sicuro di me proprio come lo sarebbe stata Anna – Inoltre, ho spiato molte cose dei vostri laboratori, se tenete alla vita non potete fare altro che assecondarmi e posso appropriarmi di tutte le vostre scoperte per usarle a mio vantaggio. Sarete gli artefici involontari di tutta la mia fortuna.
Guardai i loro volti per cogliere espressioni di ilarità o di dubbio, ma non ne vidi. Mi avevano creduto.
A questo punto, non restava che l’atto finale.
Pensai ad Anna, che in quel momento forse si stava già svegliando e si stava allarmando non trovandomi accanto a lei.
- Per prima cosa, voglio che mi diciate tutto quello che ancora non so sul progetto che mi ha resa così potente, e dovete essere… - iniziai a dire, poi finsi di essere allarmato e indicando quello di quegli agenti che mi era più vicino urlai: - Ehi, tu, tieni le mani bene in vista!
Tirai un calcio a quell’uomo, che in effetti teneva come tutti una mano nascosta sotto la giacca dall’inizio, e che aveva fatto un gesto minimamente sospetto che non avevo mancato di cogliere e sfruttare a mio vantaggio, se così si può dire.
Lui non fece in tempo a reagire, ma approfittando della mia distrazione un altro tirò fuori la sua pistola, e mi sparò in pieno petto.
Quando il proiettile mi colpì, il dolore lancinante fu coperto da un pensiero ancora più acuto.
Mi affiorò con prepotenza alla mente un ricordo lontano, non sapevo neanche bene se fosse mio o di Anna, tanto era confuso nella mia mente.
Ricordai di una volta, nell’infanzia, in cui avevo visto una magnifica siepe in pieno centro potata in modo barbaro da operai privi di grazia, e avevo provato un enorme senso di ingiustizia a vedere rovinata in quel modo e senza un motivo una così delicata bellezza.
Quando, mesi dopo, da quei rami monchi erano rinate delle foglioline e dei fiori era esplosa in me, e in Anna, una enorme gioia nel vedere quella piccola meraviglia, e avevo, avevamo pensato, che era valsa la pena di vedere quello scempio e provare quel dolore, solo per poi poter gioire nel vedere come la vita tornava a colorare il mondo, come la più tenera delle cose poteva erigersi in tutta la sua vigorosa magnificenza.
Io avevo visto, nei ricordi di Anna, l’amore che era stata in grado di dare a nostro figlio nonostante il dolore che portava dentro, avevo visto quel bambino crescere così felice e diventare un grande uomo, fino a che lei aveva il controllo delle proprie facoltà mentali lo avevo visto tornare a trovare sua madre pieno di amore e di gratitudine per la magnifica vita che nonostante tutto gli aveva donato.
Valeva la pena fare il sacrificio che stavo facendo per tutto questo.
Questo fu tutto ciò a cui pensai mentre il mio corpo colpito cadeva nell’oceano, da cui non sarebbe più riemerso, e mentre gli agenti della EBAS credevano di veder morire Anna Ledi, su cui non avrebbero mai più indagato.
Questo è ciò che mi rallegra ancora mentre penso ad Anna, e la aspetto dove nessuno potrà più dividerci e saremo sempre uniti.
Cosa darei, per sapere cosa sogna ora.