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Perché l'ho fatto uscire

Tu conosci il tuo mondo, e neanche provi
A capire quanto diverso, e non meno pieno
Possa essere quello altrui.

L’acqua che scorre fino a seppellirti,
La schiuma amara e il tuonare del phon
Non sai che grande paura possono provocare
O non vuoi vedere in quegli occhi disperati
Quello che c’è davvero, puoi continuare a ridere
Mentre per qualcuno è in atto una tragedia.

Che c’è di umiliante in una piccola
Gabbia di lana? O in un affettuoso dominio
Fatto di baci e carezze che non possono
Essere rifiutati? E di colpetti lievi, ma
Tanto duri a chi li riceve.

Per te forse non è niente vivere
Tutta una vita tra venti metri quadri
Senza vedere mai nessuno della tua razza
Eppure non ci provi, forse impazziresti
Ma non ti aspetti che lo stesso dolore
Lo viva anche un altro essere.

Vedi solo il dolore crudo, fatto di sangue
E di cumuli di carne maciullata dalle ruote
Non vedi quello più pesante, più lieve
Ma che resta radicato allo spirito
Lo divora da dentro senza che dall’esterno
Tu veda altro che begli occhi e lucido pelo.

E quando singhiozzante vieni a indicarmi
Quel cadavere per strada, e chiedi urlando:
- Perché lo hai liberato?
Non ho che risponderti, se non capisci
Davvero non la vedi? Guarda bene:

Ora la sua anima vola, non solo salta
E corre libera come non ha mai fatto,
Grata e lieta come non è mai stata
Come credeva di essere condannata
A non poter essere mai.

Ma ora ha messo le ali, ora si libra
Sulla tua testa, sulla tua casa,
Che più non la imprigiona
Su tutto quello che questo bel mondo
Può offrire a un piccolo, sfortunato essere.